"Con la testa si fanno tanti giri e i pensieri s'affollano come api. Non c’é sempre una ragione precisa perché le cose accadono. Accadono. Poi cadono, come acqua che cade. Restano segni, parole, una mappa imprecisa degli eventi. Qualcosa ci sorprenderà ancora, in altre nuove forme, in un tempo e in uno spazio imprevedibili. 

Anche le immagini vagano nella testa, sono visioni, intuizioni, ci fanno compagnia. Vanno, tornano, si perdono.

Nel cassetto ho riscoperto metri di pellicola arrotolati, un progetto iniziato anni fa, poi sospeso, distratto da altre idee. Le foto in mostra sono una parte delle fotografie scattate. Tornerò in quella stanza, per cercare altre immagini. E' una stanza vuota, da riempire ancora, di profumi, di colori, di suoni.

So che dietro un’immagine c’è sempre un pezzo vero di qualcosa.

Quel pezzo vive nella forma che lo contiene e moltiplicandosi al suo interno, davanti agli occhi di chi guarda, può trovare nel tempo una sua vita e vivere senza pelle. Ma è così?"

 

Ferentino, 18 settembre 2014

 

 

Sospeso a un filo di non...sono tornato in quella stanza per cercare altre immagini. Ne verranno altre, forse. Quando la stanza diventerà qualcos'altro, cercherò altrove, in altri luoghi, altre immagini, altre storie.


Ferentino, 11 aprile 2015


Nella stanza di Fulvio Bernola

di Manuela De Leonardis

 

Quella stanza che sembra vuota, non lo è affatto. Precisiamolo subito. Non lo è perché le tensioni in atto, apparentemente impercettibili, hanno invece una densità, uno spessore in termine di volume che le mette nella condizione di occupare lo spazio. 

In quelle tensioni riconosciamo lo scambio, che non è solo di sguardi, tra il fotografo e la modella. Fulvio Bernola parla di “combinazioni” e “coincidenze” nell’invitarci ad entrare in quella sua stanza spoglia, definita dalla porzione di parete intonacata, dal pavimento di cotto e da pochi altri oggetti: il filo dove appende le stampe ad asciugare, una vecchia sedia di legno. 

Non devono esserci interferenze nel catturare pause, attese, riflessioni, stanchezze. Lo scatto è libero, come lo è l’atteggiamento stesso della modella, che lascia cadere la maschera del controllo, svelando la gamma di sentimenti più profondi che si trova a vivere in prima persona. 

La luce naturale definisce l’immagine, sottolineando la naturalezza della posa che nasce istintivamente, accarezzando corpi e volti.

Francesca e Valentina sono due modelle con cui Bernola inizia a collaborare una decina d’anni fa, quando il desiderio di sperimentazione lo porta a dare inizio a questa sua ricerca personale che continuerà nel tempo.

Nella serie “dialogue of one” quel corpo femminile raccolto, accovacciato sul pavimento, lascia affiorare un’inquietudine rafforzata dal contrasto del bianco (luce) e del nero (ombra), in cui rintracciamo memoria di certi autoscatti di Francesca Woodman. Anche per Fulvio Bernola si tratta di andare a sondare la conoscenza: nel suo caso la fotografia è lo strumento per rapportarsi al femminile, laddove per la Woodman l’autoscatto rappresentava un modo per avere consapevolezza di sé. 

Accanto alla predominante bianco/nero, c’è una presenza limitata di immagini a colori nella serie “coincidences” e “colors”. Tuttavia il colore ha origine sempre dalla pellicola in bianco e nero, virata successivamente in camera oscura: il risultato è un palinsesto di strati indefiniti, metaforica rappresentazione di tumulti interiori. 

Da Edward Weston sembra, invece, arrivare la lezione dei particolari isolati - soprattutto seni e mani - di quei nudi di “I under stand with the body”. 

Corpi senza volto, che ritroviamo nella serie “biancospino” con il velo bianco che diventa tenda, appeso com’è sul filo che attraversa la stanza, fermato dalle mollette. Come non pensare a Magritte, nel guardare la musa del fotografo che cancella il proprio volto con il drappeggio? Il Magritte de L’histoire centrale o de La ruse symétrique, due dipinti del 1928 che alludono alla metabolizzazione del dolore da parte del pittore per il suicidio della madre. 

Fulvio Bernola osserva in silenzio la scena di cui è testimone. Un cammino reversibile, in cui si può prevedere di inciampare nell’inconscio: tutto può succedere. 

 

Roma, 2 aprile 2015

 

 

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